Un confronto in tempo non sospetto

Un confronto impietoso, nel diciottesimo secolo, conferisce a Piazza l’onore di essere quasi un paradiso terrestre e a Enna?

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Così l’Abate di Saint Non nel 1783 descriveva Piazza Armerina ed Enna, nel suo Voyage Pittoresque. Chi avrà la pazienza di leggere la traduzione dal Francese, curata da Maria Rizzo e Salvo Sinagra, troverà spunti divertenti e potrà leggere di un tempo felice della nostra città. Ma non dubito che altrettanta felicità i piazzesi d’oggi proveranno nel leggere le orrende sensazioni provate dall’esploratore incaricato dal Re di Francia, durante la visita alla città di Enna.

VIAGGIO PITTORESCO

O

DESCRIZIONE DEI REGNI

DI

NAPOLI E DELLA SICILIA.

QUARTO VOLUME,

CONTENENDO

LA DESCRIZIONE DELLA SICILIA.

SECONDA PARTE.

A PARIGI

DCC. LXXXVI.

CON APPROVAZIONE, E PRIVILEGIO DEL RE.

VIAGGIO PITTORESCO

De

LA SICILIA.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO.

DESCRIZIONE DI UNA PARTE DEL VAL DI NOTO

E DELLE ISOLE DI LIPARI.

VISTA DEI DINTORNI DELLE CITTÀ

DI

PIAZZA E DI PIETRA-PERCIA,

Localizzate nella patria della Sicilia chiamata Valle di Noto.

TAVOLE CENTO VENTISETTESIMA

E CENTO VENTI-OTTAVA.

Se la bellezza delle campagne della vecchia Enna, adesso Castrogiovanni, è al di  sotto dell’idea che ci si è potuto formare dalla descrizione dei Poeti; se la loro fertilità, sebbene abbastanza grande, non corrisponda a ciò che ci si dovrebbe attendere, secondo l’ipotesi che Cerere vi avrebbe stabilito il suo soggiorno, si può certamente assicurare che i dintorni di Piazza superano tutto ciò che si possa immaginare in abbondanza e in rigoglio vegetativo.

Piazza_Saint_Non

Questa città, collocata nel centro della Sicilia, è costruita su una piccola montagna isolata. Non ha niente di eccezionale nei suoi edifici pubblici e privati, ma deve inorgoglirsi della ricchezza del suo territorio e della bellezza delle sue campagne. Tutti i generi di prodotto gli sono propri e riunisce ciò che è caratteristico di tutti i climi e tutte le temperature: la vite si è appoggiata indifferentemente sull’arancio e sul noce.

La città è cinta da valloni che, come fossati naturali, potrebbero servire alla sua difesa, ma che sono usati unicamente per la coltivazione di verdure e per pascolo di ogni genere; ne forniscono (prodotti) non solamente per il consumo degli abitanti, ma (che) costituiscono anche oggetto di commercio lucrativo con le città che sono a qualche distanza e che sono meno favorite dalla natura.

Le valli vicine che formano il suo territorio, sono fertilissime e presentano ovunque aspetto incantevole. Una delle colture più interessanti è rappresentata dai boschi di nocciole che occupano tutti i luoghi dove le acque sono abbondanti e offrono dei luoghi per passeggiare, suggestivi per frescura e ombra.

C’è un numero infinito di giardini in tutti i dintorni della Città, ognuno ha il suo, o piuttosto la campagna intera è un esteso e bel giardino, diviso da alcuni fossati, per servir da limite alle proprietà; quelle che appartengono ai Nobili, nelle quali non si è sacrificato tutto alle sole coltivazioni utili e dove sono state ammesse anche essenze di puro godimento, sono dei luoghi deliziosi.

Uno dei più interessanti tra questi giardini è quello detto dei Cappuccini Vecchi, di proprietà del Marchese della Floresta. La tecnica non è intervenuta per creare ciò che occorre per godere di una splendida natura e per sfruttarne tutta la sua fecondità. Non è un giardino Inglese, ancor meno un giardino Francese; niente è stato fatto per schema; non (è stato) realizzato alcun progetto; si è favorita solamente la circolazione delle acque, l’accostamento degli alberi, la moltiplicazione di piante di ogni specie e il giardino è stato fatto.

Gli alberi da frutto di ogni specie sono mescolati con le querce, i pini, i pioppi, i melicuques (bagolari) e il cipresso. Gli arbusti odoriferi guarniscono gli spazi tra i grandi alberi. I vigneti si uniscono con i noccioleti e gli aranceti e formano dei festoni passando dagli uni agli altri. Tutto è confuso e tutto riesce perfettamente, perché la natura si esalta in tutte le sue espressioni, quando non si voglia forzare il suo aspetto e la sua forma.

L’occhio si riposa piacevolmente su tutto, non è stanco per la monotonia delle forme, né per l’uniformità delle sfumature. Il caldo è temperato dalle acque che s’innalzano in zampilli, cadono in cascate, scorrono da tutte le parti. Gli usignoli sembrano esser qui venuti da ogni  parte della Sicilia e mostrano con il loro canto la predilezione che hanno per questo bel sito, aumentandone il godimento.

I giardini di Centorbi e di Constantino non sono meno a nessun altro in godimento. Vi si nota dappertutto la stessa abbondanza, la stessa fertilità, la stessa quantità di acqua: vi si notano anche grandi viali di cipressi, querce enormi, i cui i tronchi sono guarniti di edera, boschetti di arbusti, notevole quantità di grandi alberi da frutto, boschi di noccioli che raggiungono le dimensioni di un ceduo di querce, un insieme di aranci, di limoni, di aloe, di viti, il tutto disposto confusamente. Qui gli alberi crescono tanto velocemente che in venticinque anni raggiungono le dimensioni che altrove raggiungerebbero in cinquanta.

Anche i giardini dei Capucins dei Récollets sono molto belli, tanto per la loro posizione ed estensione che per la quantità di alberi che comprendono. (Quei giardini) potrebbero aiutare i Monaci a sopportare le privazioni alle quali sono condannati, se fosse loro possibile dimenticare che hanno sacrificato la loro libertà e che non resta loro né quella di pensare, né quella di agire: non esistono luoghi belli, né di posizione piacevole se colui che vi si trova, in essi non vede nient’altro che una prigione, i padroni e la Regola austera da osservare.

Le campagne di Piazza, oltre il grano, di cui producono una grandissima quantità, forniscono anche un’infinità di altri prodotti da esportazione. Vi cresce la canapa e il lino e tutte le città vicine vengono a fornirsi dei generi che la natura può produrre e di cui queste campagne forniscono un’immensa quantità.

Le nocciole sono oggetto di commercio importante, pertanto i boschi di noisettiers sono coltivati con una cura infinita, richiedono altrettanta attenzione delle viti e hanno bisogno di frequenti irrigazioni. I vini sono di buona qualità e in grande abbondanza. Si esporta anche una grande quantità di pinoli, con cui si fanno degli ottimi dolci e pistacchi comparabili a quelli di Aleppo. Gli oli di oliva sono i migliori della Sicilia, perché si fanno con più cura.  In una parola Piazza è uno dei Paesi del mondo più avvantaggiato dalla natura.

Ma devo rendere  giustizia anche agli abitanti, essi non si lasciano andare a quell’ozio, a quell’indolenza che è propria dei Paesi fertili e caldi; sono attivi, hanno molta intelligenza per l’agricoltura, sono ottimi giardinieri ed eseguono perfettamente le irrigazioni. La fertilità delle campagne di Piazza è dovuta all’abbondanza delle sue acque e al buon uso che di essa si fa.

Il pittore non potrebbe rendere che imperfettamente nei suoi paesaggi la bellezza delle campagne di Piazza; le preziosità vi sarebbero talmente profuse, che verrebbe sempre da pensare che le sue composizioni siano l’effetto dell’entusiasmo o di un’immaginazione feconda, sebbene i suoi quadri sarebbero realtà inferiori alla natura stessa.

Sotto le mura della Città, vicino al luogo dove si svolge il Mercato, c’è un albero notevole per la sua anzianità e per l’epoca nella quale è stato piantato. È un olivo che ha più di seicento anni, poiché fu piantato nel 1163, quando la Città fu restaurata sotto il regno di Guglielmo il Buono; non è molto grande ma non sembra assolutamente malandato per la vecchiaia. Lo si conserva con cura, avendo preso la precauzione di costruire un muretto per sostenere la terra dove affonda le sue radici e vi è stata collocata una targa, dove con due versi latini si ricorda la sua origine comune con la Città.

Par Urbi, ac olice ubertas, aequalis origo,

Sepibus huic arbor crescat et Urbis honor.

Il nome di questa Città è stato dato, perché essa fu la Piazza d’armi di Ruggero, quando conquistò la Sicilia. Si conserva nella Cattedrale lo stendardo di questo conquistatore. Piazza porta il titolo di Urbs opulentissima. Il linguaggio degli abitanti differisce da quello del resto della Sicilia, si avvicina alla Lingua Romanza di cui ha conservato molte parole.

Visita del territorio e della città dove si pretende che sia stato il luogo dell’antica e celebre città di Enna, sostituita oggi da Castro Giovanni.

TAVOLA QUARANTOTTESIMA

Dopo avere percorso da Léon Forte cinque o sei miglia di strada, in un territorio abbastanza collegato, salimmo per altre sei miglia per giungere all’altezza di Castrogiovanni, questa famosa Enna, una delle più vecchie Città conosciute della Sicilia. Questo sarebbe, seguendo l’opinione di tutta l’antichità, il soggiorno di Cerere e la capitale del Regno di questa Dea, figlia di Saturno e di Cibele.

Si sa che gli Antichi l’avevano messa tra gli Immortali, per avere insegnato agli uomini l’arte dell’aratura e se si crede pertanto a questa leggenda questo sarebbe stato uno dei Paesi dove si cominciò a farne uso.

L’origine di questa Città si perde nella notte dei tempi e dei secoli, anche dei secoli eroici. Fu celebrata come il luogo dove Plutone avrebbe rapito Proserpina, in mezzo alle Ninfe, nelle campagne così deliziose, che diventata Dea, vi sarebbe venuta ad abitarle con Diana e Minerva.

Questo era dunque il paese che le descrizioni dei poeti avevano reso magico con la fantasia.

Purtroppo noi ne dovemmo pagare le spese, perché niente che riguardasse la natura rispose a queste ridenti e magnifiche descrizioni. La tristezza del paesaggio che avevamo sotto gli occhi ci fece credere dapprima che la parte deliziosa, tanto vantata dell’antica Enna, dovesse essere dall’altra parte della Montagna e che non potevamo vederla da dove eravamo, poiché niente lì vi rassomigliava.

La Città stessa di Castrogiovanni, tanto pittoresca per il suo sito e la sua ubicazione, come ci sembrò al primo aspetto, offrì (invece) il quadro della miseria più deplorevole.

Ubicata su una piattaforma scoscesa, tutte le case che si incontrano per arrivarvi, sono sparse qua e là e scavate nelle grotte, su dei costoni tagliati a picco. Queste brutte cavità, da dove sono stati cavati i materiali per costruire, sostituiscono le case, quando il tempo le ha distrutte, senza che ci si preoccupi di ricostruirne di nuove. Nell’interno della Città, strade tristi e spopolate non offrono maggiore interesse e ciò che vi si vede, di più appariscente, si limita alle chiese o ai conventi, con alcune grandi case deserte e abbandonate. Ecco come trovammo ridotta la miserabile Cittadina di Castrogiovanni: ecco cos’ha sostituito nel tempo l’antica Enna, che tutti gli Storici hanno amato dipingere e descriverci come il centro delle ricchezze e dell’abbondanza, il santuario della religione e il luogo dove fu istituito il culto più osservato dagli Antichi.

Uno dei più importanti abitanti della Città, al quale eravamo stati molto raccomandati, cercò di consolarci, assicurandoci che ci avrebbe fatto vedere, sugli stessi luoghi, le antichità più curiose; ci parlò del Tempio di Cerere, del suo Palazzo, della Grotta di Plutone; ardevamo per la voglia di vedere i resti di questi monumenti rispettabili, ma quale fu il nostro stupore, quando fummo condotti nella parte più alta della montagna, (ove si trova) ciò che prende il nome di Castello di Castrogiovanni, nel non trovare di interessante che grandi muri merlati, alte torri quadrate, porte ogivali, in una parola, un vero Castello gotico del tempo più barbaro.

La sua ubicazione, in un luogo molto elevato e da cui si scorge una grande parte della Sicilia, è senza dubbio ciò che, nei tempi di guerra, ha potuto convincere i Normanni o i saraceni a costruirlo. Circondato da ogni parte da montagne, senza alberi né verde, mai  luogo  più povero e più miserabile si era presentato ai nostri occhi; tuttavia dall’alto delle muraglie di questa specie di Fortezza, che non aveva niente di notevole, né per la costruzione, né per la forma, vedemmo a poca distanza, come una specie di poggio pittorescamente scosceso e una parte considerevole della rupe, assolutamente isolata da tutte le parti, la cui  vista sembrava essere l’unica cosa un poco interessante da osservare (La rupe di Cerere?).

Le più antiche tradizioni del Paese pretendono, infatti, che, sulla cima di questa Montagna isolata, esisteva una volta il celebre tempio di Cerere; se ciò sia potuto mai esser (vero), bisogna convenire come tutto questo paese abbia cambiato prodigiosamente forma e natura e che anche il clima e la temperatura dovessero essere molto differenti, perché durante l’inverno, la cima  della montagna è coperta quasi sempre di neve e il freddo è molto intenso.

(N.d.t.: Quest’annotazione è importante per l’indicazione che fornisce sul clima dell’epoca.)

In quanto alla Rocca, sulla sommità della quale era posto il tempio di Cerere, c’è da pensare che una grande parte ne sarà crollata per qualche vecchia rivoluzione o qualche terremoto e che oggi non resta più che il centro e il nocciolo della Montagna; ma siccome i nostri disegnatori volevano a tutti i costi vedere ancora in questo luogo qualche resto di un Tempio di Cerere, sembrò loro che la massa sola della Rocca, nel suo degrado, potesse ancora darne l’idea: la forma di questa roccia pressappoco piramidale, alcuni gradini grossolanamente intagliati per salire sulla superficie e i resti di una Croce, caduti in rovina, il cui piedistallo somigliava discretamente a un altare antico, bastarono per richiamare alla loro immaginazione l’altare di Cerere e rendere piacevole ai loro occhi la vista di uno dei siti più selvaggi che si possa incontrare.

Incaricammo il nostro paesaggista di prendere con la più scrupolosa esattezza, una vista alla quale solo il prestigio dell’arte poteva apportare qualche valore e ci consolammo pensando che era molto difficile che un monumento, un edificio qualsiasi, abbia potuto avere tanta solidità da resistere sin dal tempo trascorso della ragazza di Saturno, fino a noi; ma almeno, ci dicevamo, troveremo il lago di Proserpina, la grotta di Plutone, i prati deliziosi di cui gli antichi ci hanno lasciato così belle descrizioni; i monumenti cadono in rovina, ma la natura è più costante, più duratura nelle sue forme e nelle sue manifestazioni.

Tutti gli esperti di antichità, i ciceroni del paese ci garantivano sia il lago che la grotta, non era più possibile dubitarne.

 

VISTA DEL LAGO DI PROSERPINA,

VICINO AD ENNA

TAVOLA QUARANTANOVESIMA.

Partimmo dunque pieni da ardore e nella speranza di (poter) disegnare (vedendo) dal vivo un luogo così spesso immaginato con la fantasia, ma non restammo affatto soddisfatti. Innanzitutto scendemmo inutilmente per tre miglia, senza ritrovare né questi boschetti, né queste sorgenti affascinanti che dovevamo incontrare ogni momento, senza vedere né i fiori, né le viole di cui la terra doveva essere cosparsa sotto i nostri passi e che dovevano profumare l’aria. Nel nostro umore, eravamo tentati tutti di guardare Diodoro come un vecchio sognatore, della parola del quale ci si possa ben poco fidare. Una grande e fastidiosa vallata fu la sola cosa che sostituì unicamente tutte queste belle chimere.

Entrammo poi in un’altra valle più piccola, dove invece di qualche sorgente trovammo alcuni maleodoranti ruscelli melmosi e persino il lago, tanto desiderato, chiamato ancora, è vero, il Lago di Proserpina, ma che non è più di una grande palude di quattro miglia di circonferenza, senza boschetti, senza prati, senza ombra e senza rive fiorite, senza spiaggia degna di ricevere il piede di una Ninfa, ma dei bordi tristi e aridi, dei giunchi paludosi, con dei rospi enormi, un’aria appestata che ne rende gli approcci pericolosi e il riposo che vi si potrebbe prendere, mortale.

La scura grotta di Plutone si trovò sostituita da brutti buchi quadrati da otto a dieci piedi di profondità; cavità prodotte dalla cavatura delle pietre con le quali sono state costruite alcune bicocche dei dintorni. Eravamo desolati: la fantasia dei poeti aveva costruito ogni cosa, ma la natura non si prestava a niente. Infine, a forza di girare e di guardare il Lago da ogni parte, trovammo tuttavia un aspetto, un punto di vista che poteva fornire un quadro abbastanza piacevole. È quello sotto che è rappresentato qui.

Pergusa_Saint_Non

Alcuni abitanti di Castrogiovanni che si erano raccolti sulle rive del lago per immergere la loro canapa, vennero, molto a proposito, ad arricchire e ornare il primo piano del quadro. Alcuni arbusti, un poco di fiori di prato, coloravano fortunatamente in questa parte le rive più vicine del lago e infine l’Etna, sebbene a quarantotto miglia di distanza, venne in nostro soccorso per fornire al pittore uno sfondo paesaggistico splendido e ci fece dimenticare per un momento (il cattivo) umore da cui non ci eravamo potuti difendere, vedendo questo paese, tanto vantato (dai poeti classici) ed oggi in un abbandono così deplorevole.

Maurizio Prestifilippo

 

Dentista

 


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