Quel Testa..rdo Poeta

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La scomparsa di Pino testa ci priva del decano dei poeti dialettali piazzesi. E’ per noi una perdita ma lo è per l’intera Sicilia

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Chi avesse conosciuto Pino Testa solo negli ultimi mesi della sua vita, lo avrebbe creduto un uomo di poche parole, metodico, dedito ai riti della sua giornata.

Il basco nero in testa, il giornale alle nove del mattino, una sosta al Circolo di Cultura in Piazza Garibaldi, il caffè al bar, verso le dieci. A mezzogiorno a casa e il pomeriggio sempre dedicato a scrivere qualcosa, a leggere un libro, a ricevere qualche visita. Questa era la giornata di un ultra novantenne, lucidissimo, ma per sua stessa ammissione temprato dalla vita e dalle sue trasformazioni straordinarie.

Pino Testa non era solo così. Di tanto in tanto la vena polemica si riaffacciava, in qualche intervista, in quattro versi di rampogna, sanguigni, duri, efficaci. E sempre, ad accendere le braci, era lo sconsolato destino della sua città, amatissima, ma sfortunata.

L’innarestabile modernità, che metteva all’angolo la dignità di una Città, quella della sua giovinezza, che esisteva incancellabile nel suo ricordo. Una Città, quella Piazza Armerina,  incomprensibile ai più giovani, sconosciuta ad amministratori superficiali e pragmatici, quando non corrotti e spregiudicati.

Ma è nel divenire della sua vita che Pino Testa ha dimostrato a se stesso e a Piazza Armerina il suo talento e il suo carattere.

Oggi Piazza è scossa dalla scomparsa del suo poeta. Ciascuno di noi riconosce la straordinaria potenza del suo carattere; la determinazione, che ha fatto di un ragazzo come tanti, del ceto più popolare, una stella che non smetterà di brillare nel futuro.

Giovanissimo, Pino Testa è passato, per fasi successive, da operaio edile, a barbiere, a dipendente comunale, apprezzato dai suoi dirigenti, tra le carte polverose dell’Anagrafe.

Ma è nell’arte che si è compiuto il miracolo di Pino Testa! L’artista è stato poliedrico: pittore e poeta, attore di teatro, autodidatta e sempre originalissimo e brillante. Lo sguardo rivolto ai giovani e sempre vicino al mondo della scuola. Ai ragazzi insegnava a leggere l’antica lingua dei padri, con le sue durezze e la sua eleganza. Sulle sue labbra quella lingua per metà araba e per metà francese, diventava comprensibile ed elegante.

Un uomo semplice, il poeta, eppur geniale costruttore di emozioni.

Versi che suscitano il sorriso, al dispiegare gli usuali difetti della nostra genìa; versi di tenera commozione che sgorgano dalla nostalgia per care persone che non ci sono più. Versi che vibrano al palpitare dei ricordi e che sottolineano il colore della pietra, i rumori delle strade del centro storico,  la potenza suggestiva dei nostri monumenti.

Il suo imperativo era ricercare e documentare la lingua dei padri; trasmetterne l’amore ai giovani, con una testimonianza piacevole e ricca, umile e colta, divertente e nostalgica, fatta delle note musicali di un idioma ormai scomparso nell’uso della gente, appiattito nella lingua comune dei media e dello Stato.

Versatile era però la sua ricerca di temi e di emozioni nell’impiego della lingua. Non solo il vernacolare accento, curato con certosina eleganza, ma anche la lingua universale di Sicilia.

Lo fa ad esempio nella rara poesia “Cu fu?”, nella quale Testa avvolge di scabrosa emozione la drammatica esecuzione mafiosa, violenta consuetudine di un codice siciliano, sottomissione forte a una legge inesorabile della nostra storia. Premiata nel 1981 per la sezione dialettale del Premio Kiwanis, la poesia incarna, come poche, il senso drammatico dell’impotenza di un popolo abbandonato nel suo dolore e l’implicito anelito ad un futuro di riscatto e di liberazione.

 

CU FU?

La terra rustuta di lu suli

Pari sudari sangu, sangu ammaccatu.

Ristucci terra terra

E arvuli ‘ncruccati

Abbarbicati alla montagna su,

Comu tisichi pileri.

Poi, l’umuri di la sira,

E ccà e ddà

Braci attizzati

Fumanu gramagghi.

All’impruvvisu… pam…

Un bottu di lupara.

Un gridu di duluri: Signuri!

Si perdi e si cunfunni

Cu lu toccu di l’Avemaria.

Cu fu?… Cu fu?…

Surdu e mutu è lu tempu.

                                              Pino Testa

 

In tutta la sua poetica ci sono le contrade del nostro territorio, le strade del centro storico delle nostre cento città, i costumi della gente di Sicilia. Ma c’è anche il gioco, ci sono gli amori, le dispute, la vita quotidiana di un popolo, raccontati con accenti lirici di straordinaria purezza.

Le parole del Gallo-italico si fanno merletto, diventano musica nella rima, le consuetudini sono celebrate come regole indefettibili, sono frutto della cultura dell’esperienza.

E chi, se non lui, avrebbe potuto tanto, senza titoli accademici, nel ricordo dei padri e dei maestri di mestiere, nel rispetto degli anziani e con la scaltrezza dei ragazzi.

Nel mondo di Pino Testa si riaffaccia la vena politica, irridente e scherzosa della bottega di falegname di Carmelo Scibona, con cui bambino aveva avuto consuetudine; ma il timbro vero del poeta, quello in cui raggiunge le vette più alte, è la dimensione nostalgica, la città, gli amori, l’amicizia.

A lui, proprio adesso che ci ha lasciato, rivolgiamo il ringraziamento per quanto ha fatto, per l’indicazione che ha offerto, lucida e senza esitazioni, di conservare e far rivivere lo splendore del nostro passato.

Vale anche a impegnarci perché, nel tempo nuovo della Città, Pino Testa sia ricordato per il suo impegno di uomo e di artista.

Maurizio Prestifilippo                             

 

Pino Testa

 

Nella foto di copertina: Pino Testa e Lucia Todaro


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