La colomba bianca di Maria

Fu il giorno di San Gaetano, il 7 agosto, di quell’anno 2008, in cui, come mai mi era capitato prima,  lo smarrimento aveva preso il mio cuore e nei giorni della Quindicina di preghiera a Maria Santissima delle Vittorie, di buon mattino mi levavo per recarmi in Cattedrale a cercare indicazioni, risposte e prospettive, fondendo le mie incertezze nelle eleganti e preziose orazioni della comunità dei fedeli, ai piedi della Madre celeste.

Lei era già scesa dal suo altare e, bella e preziosa, distribuiva la sua luce e il suo sorriso per la chiesa, ricca di riflessi colorati, nella penombra del mattino, tra luci scintillanti e canti accorati.

Come ogni giorno avevamo ripercorso le antiche vicende di una guerra, il dono di un Papa al liberatore dell’isola fremente, la lunga successione di battaglie, di vittoria in vittoria, il dono dell’effige alla Città, e poi dopo qualche anno il ritorno degli infedeli, il nascondimento della tavola, il lungo tempo del suo smarrimento e quel “cercar lungo e penoso”.

Come ogni giorno della Quindicina avevamo salutato il miracoloso ritrovamento ad opera del buon Candilia e la fama del vessillo che si spandeva per l’isola, mentre “pellegrin veniano a squadre … e ognor più crescea la gloria, di Maria della Vittoria”.

Storia di gioie e di tormenti, di singoli uomini e dell’intera comunità; di prospettive e di momenti bui, di asservimento e di riscatto, ma anche di una fondamentale unità di popolo attorno ai suoi valori, alla tradizione dei padri, e di fede nell’avvenire, mai perduta anche nei momenti più bui.

Ecco cosa s’agitava nel mio cuore quel sette di agosto del 2008.

Nel cuore della messa, nel silenzio assoluto, mentre la comunità riviveva gli ultimi momenti dell’esperienza terrena di Gesù, lo sguardo di Maria si faceva triste.  La madre teneva  in braccio, con le sue mani dalle dita affusolate, quel tenerissimo fanciullo, vestito di rosso coi piedini nudi che si aggrappava al suo manto: lo stesso fanciullo che vivrà da adulto lo scandalo della passione: omicidio crudele e ingiusto, agnello sacrificato per timore e invidia, abbandonato al suo destino da un Prefetto romano, Ponzio Pilato, il quale era certo dell’innocenza di Gesù, ma che da giudice, non seppe prendersi la responsabilità di adottare una decisione giusta, contro la volontà dei sacerdoti del Tempio, e che finirà la sua vita nella disperazione e nel suicidio.

In quel silenzio, nella profonda tensione della consacrazione, mentre l’amido di frumento si trasformava nel corpo di Gesù, e il vino nel suo sangue, dalla grande porta del tempio, come sempre spalancata sulla piazza Cattedrale, in quei giorni, a quell’ora, con un volo, lungo tutta la navata, entrò una colomba bianca. Arrivò fino all’altare. Il celebrante s’ammutolì, il silenzio era perfetto. Il capo chino dei fedeli si rialzò, tutti avevano sentito uno strano batter d’ali nel silenzio; colpita dai primi raggi di sole che penetrano sbiechi dalle ampie finestre della lanterna della cupola, la colomba bianca apparve come un miracolo!

Arrivata davanti il fercolo di Maria, le fece due, tre giri intorno e poi si posò sull’altare, dove nel frattempo il celebrante, smarrito, aveva posato l’ostensorio. La colomba fece pochi passi sul piano dell’altare, si fermò, guardò un po’ intorno, poi rivolto lo sguardo a Maria, si levò in volo,  avvicinatasi al dipinto, si fermò qualche istante sulla cornice d’argento del fercolo, per ripartire verso uno dei cornicioni dell’abside.

Il sacerdote sorrise e seppe dire solo: «Pregate! Pregate! Pregate!». La tensione fortissima si sciolse, un nodo in gola e dai nostri occhi scendevano le lacrime. Ci guardammo l’un l’altro, sorridendo e piangendo. «C’è un messaggio, è un segno!» ci dicevamo tra i banchi.

La consacrazione riprese e la comunione, sotto gli occhi della Vergine Maria e con la colomba bianca ancora nella chiesa fu un canto di straordinaria letizia. Quel giorno, l’inno alla nostra Patrona fu sulle labbra di tutti con incredibile gioia nel cuore e nel salutarci, dopo la messa, non si parlò d’altro che della Gloria di Maria e della sua colomba bianca.

Maurizio Prestifilippo

 

Lucia Todaro, sensibilissima poetessa della tradizione dialettale piazzese, era con noi quel giorno in Cattedrale. Provò le stesse emozioni e mise in versi, nella lingua dei padri, uno straordinario resoconto di quei momenti di fede.

 

Piazza Armerina, 07/08/2008 – Festa di  S. Gaetano

 

A palumma â Catt’radàu

Palumma bianca, palumma com â nëv,

cö ch’ fasgësti aöi nan s’ po’ crëd…

V’nësti all’improvvisa su sa d’unna…

e t’ m’ntësti ô scianch dâ Madonna!

A Mëssa stava ormai quas sbriànn…

e tu, com ciamàda d’ ‘n Cumànn,

ss’cura, bedda, ddëggia e mattutina…

vulàsti zzà, nô méggh â Quinn’sgìna.

Sövra l’autèr e cû pr’d’caör,

d’sgësti a to prièra ad ô S’gnör…!

I muri, i quadri, i vitri culuràdi…

e tutti gniautri, parëv’mu ‘ncantàdi.

M’nùi eterni e d’ felic’tà.

Dözz è u savör d’ l’Etern’tà!

Senza parrè ciamàsti a ungh a ungh…

E ggh’ cuntàsti d’ pasg e d’ perdöngh.

Nan ggh’ fu nudd ch’ nan t’ capì…

e vitti ch’a Madonna t’ r’dì!

Lucia Todaro                                              

 

Traduzione – La colomba della Cattedrale.

Colomba bianca, colomba come neve, nessuno crederebbe a ciò che hai fatto oggi. Improvvisamente sei apparsa chissà da dove e ti sei posta vicino all’immagine della Madonna. La Messa stava per finire e tu, come guidata da un Ordine Superiore, sicura, bella, leggera al mattino, volando, sei venuta qui, nel momento più intenso della Quindicina d’agosto. Sull’altare, insieme al predicatore, hai rivolto al Signore la tua preghiera…. I muri della Cattedrale, i dipinti, le vetrate colorate… e tutti noi sembravamo incantati! Minuti eterni e di felicità. Il sapore  dell’Eternità è dolcissimo! Senza parlare ti sei rivolta a ciascuno di noi, con un messaggio di pace e di perdono! Non c’è stato nessuno che non ti abbia capito… e ho visto che la Madonna ti ha sorriso…!

 


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