Il custode della Casa di Maria

Era una bella mattinata.

 

In Piazza Cattedrale il sole, da levante, filtrava da dietro la facciata del Duomo.

Era a Piazza Armerina, Carlo Sangalli, per un convegno di Direttori e giovani funzionari di Confcommercio.

Ancora presto, alle otto del mattino, il Presidente, uscito dal suo albergo, andò in Cattedrale.

Ad accoglierlo c’era il parroco, Don Filippo Bognanni. Un rapido giro per la chiesa, poi si fermarono a parlare.

Il feeling era fortissimo.

Padre Bognanni volle che il Presidente Nazionale dei commercianti vedesse il quadro e dispose l’apertura del fercolo. La luce bianca illuminava il volto della Madre. Il suo tenero sorriso materno entrò nel nostro cuore.

Bisognava cominciare i lavori. Ma Sangalli si era fermato. I due parlavano da soli.

Ne nascerà un ricordo che non si è mai spento.

Negli anni, il Presidente, ogni volta che ci siamo sentiti, mi ha incaricato di portare i saluti a don Filippo. E lui ne era fiero.

Ma quante persone sono state colpite dalla straordinaria cultura del prete, dalla eccezionale umanità dell’uomo, dalla intima unione con la sua chiesa e soprattutto con lei, Maria Santissima delle Vittorie, davanti alla quale il mondo si fermava in adorazione.

E’ forse questa la più importante caratteristica del custode della casa di Maria. Quell’essere sempre pronto a far condividere il fascino di quel sacro dipinto. La capacità di far passare in un solo istante i secoli della storia di devozione del popolo piazzese alla sua Patrona.

E senza integralismi, senza eccessi, con l’intelligenza e l’ironia del suo carattere. Con la forza del servizio e la necessità di una fede che don Filippo riconosceva negli altri, indicava a tutti, valorizzava in chiunque.

Anzi, ancor più nei più deboli, nei malati, nei fragili: «C’è posto per tutti nel cuore di Maria».

Inquieto, senza pregiudizi, forte nel carattere, a volte ispido, padre Bognanni sapeva come condurre la grande nave del culto mariano che si sviluppa sempre, intorno alla grande Chiesa di Piazza.

Non risparmiava critiche a chi si allontanava dalla regola. Non c’era possibilità di cambiare gli aspetti salienti della tradizione, ma questa veniva innovata, resa più bella, più interessante con intuizioni che, lui, diceva fossero ispirate. Dall’alto!

Padre Bognanni con il Vicario Generale don Nino Rivoli

Difficile il rapporto coi confratelli e perfino quello con i superiori, che negli anni hanno spesso dovuto scontrarsi con lui. Le sue decisioni erano ferme, inesorabili.

Se piove la Madonna non esce!

Quando per una insulsa protesta di un disoccupato i Vigili del fuoco avevano piazzato un gonfiabile in via Cavour, che impediva il passaggio della processione di Ferragosto, il sindaco dell’epoca propose di cambiare l’itinerario. «Se non lo tolgono loro, lo togliamo noi» fu la lapidaria risposta del parroco. Momenti di tensione. La macchina processionale ferma in Piazza Garibaldi. I portatori pronti a un gesto del parroco. Il sindaco si piegò, i Vigili del fuoco in pochi minuti sgonfiarono il loro attrezzo, per far passare la processione e lo rimontarono in nottata: «La Madonna non cambia la sua strada!». Bognanni, col suo sorriso ironico tornò in chiesa da trionfatore.

Quante storie potremmo raccontare del carattere forte e bizzarro di questo irripetibile personaggio, uno che aveva in mente un passo delle sacre scritture, per commentare ogni episodio della nostra vita. Uno che attingendo alla sapienza dei suoi predecessori, dei suoi maestri, ci indicava come la vita degli uomini, seppur in diversi scenari, fosse fatta sempre degli stessi valori, delle stesse necessità e che la soluzione dei nostri problemi si trovava sempre lì, in circostanze diverse, ma nei medesimi principi.

«Ciò che dio non benedice, la terra non produce». Così mi rispose quando, con una lista di cattolici e socialisti, mi presentai la prima volta alle elezioni comunali. Arrivai ultimo!

Non gli serbai rancore. Ci ridevamo insieme.

Qualche anno dopo, mentre ancora mi attardavo a prendere una decisione, passò dalla Piazza Garibaldi, mi chiese, capì che non ero convinto. Ero ancora scottato dalla precedente sconfitta. Parafrasando Gesù, mi disse: «Un seme deve cadere nella nuda terra e deve morire per risorgere a nuova vita». Fu la volta buona, diventai sindaco della Città.

E quante volte all’alba della Quintana del Palio dei Normanni, mi dettava l’ordine di arrivo dei quartieri. Ci azzeccava sempre. Ma il padre non giocava a totocalcio. Peccato!

L’ironia mordace era un tratto del suo carattere e della sua variegata intelligenza. Essa talvolta gli procurava inimicizie, anche potenti. Non le ha mai temute. Ma non ha mai negato l’ascolto a nessuno. Era medico impietoso, sapeva tagliare quello che c’era da tagliare. Ma la sua formula era sempre quella giusta, anche se a volte il suo responso poteva apparire irrazionale. Dove la ragione non può arrivare, là c’è la fede a soccorrere.

Il grande problema era proprio la fede. Che non sempre c’è. Che a volte non è profonda, non viene dal cuore.

Il tradizionale caffè al Bar dello Sport, di Marcello Scarantino, in compagnia del suo barbiere, Giuseppe Gagliano, del farmacista e di qualche altro amico, generava nelle belle giornate primaverili di Piazza, sotto la meridiana della Chiesa di Fundrò, un capannello di amici, di fedeli, di curiosi, di sfaccendati…. Ad ognuno una battuta, che scaturiva dalla profondissima conoscenza delle nostre storie personali, del nostro rapporto con Maria Santissima delle Vittorie. Un balsamo per tutti!

Medjugorje, il suo appuntamento di giugno, è stato per anni un viatico per tanti di noi. La sua guida preziosa! Il suo accostarsi ai misteri della fede, umile e speranzoso.

Aveva un rapporto speciale con i protagonisti delle apparizioni della madonna a Medjugorje. Di tanto in tanto lasciava il gruppo per un incontro riservato con Mirjana. Pochi hanno avuto il privilegio di accompagnarlo in esperienze mistiche, circonfuse di mistero, nelle quali la Madonna e Dio aleggiavano davvero intorno ai pellegrini. Non aveva pregiudizi e mostrava un certo disappunto per le ripetute sconfessioni del luogo Medjugorje, di confratelli, vescovi e cardinali.

A Medjugorje con Salvatore Arena, Attilio Aloi e sullo sfondo Salvatore Infurna

Diceva che il divino si manifesta a volte in maniera imperscrutabile. Bisogna avere orecchio attento, occhi aperti e soprattutto cuore incline a comprendere i segni.

E che segni! Don Pietro Zorza, ha riservato per anni a Don Filippo Bognanni, una sua visita. Sempre densa di spiritualità e di preghiera. La Basilica Cattedrale diventava allora una fucina di preghiera e di emozioni forti. I fedeli cadevano a decine nel riposo dello spirito. In quei momenti la nostra vita quotidiana lasciava il passo all’adorazione, tutti figli di Dio al cospetto della Vergine Maria.

Padre Bognanni e Don Pietro Zorza

Qualche sciocco penserà che si tratti di una esagerazione, di una suggestione collettiva.

Forse! Ma era una esagerazione che faceva bene al cuore di tanti. Che rasserenava di fronte alle difficoltà della vita, che apriva una parentesi indimenticabile.

Padre Bognanni adesso non c’è più. La sua fine è stata problematica, sofferta. E’ morto lontano dalla sua terra, dalla sua chiesa, lontano da Mazzarino e da Piazza, lontano dagli amici e ha vissuto da solo il Calvario della sua malattia. Non si illudeva. Sapeva che era giunto il suo momento. Ed è stata dura. A Milano col lockdown e il virus che impazzava nelle strade della Lombardia. Ma era consapevole e pronto. Aspettava la fine.

Ed è venuta, la sua fine, inesorabile a chiudere una esistenza terrena complicata, discussa, in bianco e nero e a colori. Ma sempre forte, capace di lasciare un segno indelebile, una vita straordinaria e irripetibile.

Lei, Maria, lo accompagnerà per i prati erbosi dell’infinito, nell’amore di Dio, come è giusto che sia per il suo servitore fedele, per il custode, adesso eterno, della Casa di Maria.

Maurizio Prestifilippo


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