Gli spazi del Massaru

Il Museo del Contadino: in mostra un’abitazione dell’Ottocento, ricostruita con benemerita dedizione.

Mario_AlbaneseMario_AlbaneseMario Albanese

 

A lui si deve la fondazione della Casa Museo del Contadino, in via Garibaldi a Piazza Armerina. Per oltre un ventennio si è dedicato al restauro dei mobili antichi ed alla raccolta di oggetti della cultura agro-pastorale della quale è profondo estimatore. Ha investito il suo tempo libero per realizzare il sogno della vita: ricostruire fedelmente la casa del contadino vissuto nell’Ottocento.

«Per non dimenticare – ama ripetere Mario Albanese che continua –volevo far rivivere al visitatore il contesto abitativo del passato documentando l’uso degli oggetti esposti, testimonianza di un vissuto, non troppo remoto e degno di essere ricordato».

E’ la casa del Massaro, termine dialettale in uso nell’Italia meridionale e in Sicilia, sinonimo di Massaio. Oltrepassato il meraviglioso arco gotico-normanno, che insieme all’arco che si trova in via Monte, rappresenta il simbolo di quello che fu uno dei centri storici medievali più ricchi e importanti dell’entroterra siciliano, incontriamo il fondatore della Casa del Museo del Contadino che ci fa da guida in un’atmosfera che riproduce fedelmente la casa del contadino dell’Ottocento, alla riscoperta di un patrimonio linguistico e sociale tipico di quel tempo. Iazzu, Nacca, Cantru, Cannizzu, toponimi che, ai più, risultano parole incomprensibili, ma che non sono altro che strumenti ancora oggi comuni e modernizzati dallo sviluppo dei mezzi di produzione in chiave capitalistica.

–     Un sogno che ha realizzato: riprodurre la casa del contadino perché?

«E’ una passione che mi porto da bambino: quello di ricostruire la casa del Massaro dell’Ottocento, con oggetti originali e autoctoni, nessuno dei quali proviene da altre città».

–     Chi era il Massaro dell’Ottocento?

«Era una figura centrale, in un mondo nel quale l’agricoltura era il motore economico della città. Il Massaro godeva della fiducia totale del proprietario del fondo. Lo gestiva e prendeva tutte le decisioni legate all’attività dell’azienda al posto del proprietario. A lui spettava assumere il personale, tenere la contabilità, stabilire gli orari di lavoro, accordare rari permessi in occasione di un evento funebre in famiglia, del matrimonio del garzone e per la festa del Patrono.

–     Figura anche bizzarra, visto che la leggenda dice che il Massaru poteva rivendicare una sorta di Ius Primae Noctis…

«Devo smentire quello che lei afferma, nel senso che non era una leggenda. L’autorità del Massaro era così smisurata che in taluni casi poteva riservarsi il diritto di consumare la prima notte di nozze con la sposa del garzone. Certo oggi farebbe scandalo ma il modus vivendi di allora si può capire contestualizzando e rapportando il modo di vivere, di lavorare, di interagire al periodo storico dell’Ottocento».

–     Come era divisa la casa?

 «Al Massaro veniva dato un alloggio dal proprietario del fondo, una camera da letto, divisa da un tramezzo, con un materasso reso soffice dalla paglia d’orzo, che era detto Iazzu. Non di rado, sospesa ed agganciata a due anelli metallici con una corda, la culla del neonato era chiamata Nacca. Non esistevano le comodità di oggi, le culle di oggi; quindi la mamma dal letto poteva dondolare il bimbo ogni qualvolta si svegliava o piangeva».

–     Neanche i bagni di oggi esistevano allora…

«Nella stessa camera da letto, vicino al letto, veniva posto un pitale in terracotta, detto Cantru, per i bisogni. Poi una bacinella con sapone e asciugamani. Il muro del capezzale era tappezzato da fotografie di cari estinti e di immagini sacre alle quali la famiglia era devota».

–     Dalla camera da notte all’angolo giorno. Il Cannizzu era un altro oggetto di uso comune, nella vita del Massaro!

«Il Cannizzu era un contenitore di canna intrecciata pieno di grano, per il fabbisogno dell’intero anno. Poi con una macina in pietra e il forno a legna, si preparavano la pasta e il pane. La cucina, con tavolo e sedie, era decorata dalle stoviglie e dalle pentole di rame, mentre una cisterna raccoglieva l’acqua piovana. Nella cantina stava la botte per il vino e tutti gli attrezzi destinati alla coltura dei campi, alla mietitura del grano, alla vendemmia, ed alla bacchiatura di mandorle ed olive».

–     E la donna…?

«Aveva il suo angolo. Ovviamente la sua funzione principale era quella di allevare i bambini, cucinare e cucire. Un braciere, con attorno delle piccole sedie era il posto della casa in cui si realizzavano i lavori femminili quali: cardare la lana, tricottarla e realizzare indumenti per la famiglia».

Casa_Contadino

–     La sua iniziativa è stata premiata dalle scuole, a quanto emerge dai dati di visita. 

«Sì, le scuole hanno molto valorizzato il museo. Il mondo scolastico, con la presenza di centinaia di alunni, mi sprona a continuare in questa direzione…».

–     E il turismo di qualità?

«Se lei intende per turismo di qualità la presenza di stranieri, non posso che ritenermi fin qui soddisfatto. Al primo posto metterei i francesi, ma anche spagnoli e tedeschi……».

–     E i piazzesi come hanno risposto?

«Guardi, la cosa che mi preme dire è che i forestieri, i quali sono venuti a visitare il museo,  sono venuti grazie all’instancabile azione di propaganda che invita i visitatori della città a conoscere un mondo e un periodo storico di un tempo lontano. Penso che il museo contadino insieme ad altre meraviglie di cui si può godere in questa città (che non è solo la Villa Romana del Casale) meriterebbero un’attenzione e una programmazione diversa a più livelli».

–     Insomma dai piazzesi nessuna risposta?

«Per essere sincero – conclude Mario Albanese – mi aspettavo qualche cosa di più!».

Guglielmo Bongiovanni                    


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