Il coraggio: la strada di un uomo

Emanuele Giuliano, professore di matematica, dopo la morte del fratello Giorgio Boris, dedicò la sua vita a diffondere tra i giovani la consapevolezza della mafia come male da combattere.

Il ricordo di Guglielmo Bongiovanni

«Esiste un male profondo che soffoca il vivere civile e impedisce il corso normale del progresso». Queste le parole che amava ripetere Emanuele Giuliano, quando, insieme, ci recavamo nelle scuole per parlare di mafia. Non ci pensò un attimo quando gli parlai di un progetto elaborato dall’associazione Zefiro, si chiamava: «Contro le mafie, iniziamo dai giovani».

Uomo di alti principi morali, semplice, alla mano e così allegro! Amava la musica e di tanto in tanto mi raccontava della sua vita da giovane. Delle sue serate a Taormina quando per le strade era facile incontrare i miti di Hollywood: Liz Taylor, Rock Hudson. Le serate con la sua chitarra, strumento che amava suonare. I suoi racconti trasmettevano un’atmosfera particolare al punto che, quasi d’incanto, ci si sentiva parte della beat generation, così tanto lontana a noi che eravamo nati troppo dopo per averli conosciuti direttamente.

La vita del nostro professore di matematica cambiò il 21 luglio del 1979. Quella calda mattina d’estate, Emanuele Giuliano non l’avrebbe mai dimenticata. Quante volte ne abbiamo parlato. Quel giorno, scendeva dal treno: ancora una volta la sua meta era Taormina; il suo mare e la sua chitarra. Dopo pochi passi nella stazione apprese la terribile notizia: suo fratello Giorgio Boris Giuliano, vicequestore di Palermo, era stato ucciso da sette colpi d’arma da fuoco, esplosi da Leoluca Bagarella, corleonese, cognato del boss Totò Riina.

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Giorgio Boris Giuliano

Sette colpi di pistola che cambiarono la vita di Emanuele Giuliano. Dal quel giorno la lotta contro Cosa Nostra divenne per lui una ragione di vita: «Bisogna far capire ai giovani che cos’è la mafia – diceva – dietro gli omicidi, le bombe, gli attentati c’è un atteggiamento culturale dei siciliani dominato dall’omertà e dalla paura che portano ad una sostanziale connivenza».

Lavorare sulle coscienze, quindi, era questo l’obbiettivo dichiarato di Emanuele Giuliano, impedire che i giovani finiscano nella rete della delinquenza, dello spaccio di droga e nelle file della manovalanza di Cosa Nostra.

Fra i tanti ricordi e le numerose interviste che gli feci durante il suo caparbio occuparsi dei giovani di tutte le scuole siciliane, emerge una ricostruzione dell’affermazione in Sicilia del fenomeno mafioso, dallo sbarco degli alleati, nel 1943, fino alle stragi di Capaci e via D’Amelio, dove persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Il suo linguaggio, semplice e nel contempo articolato sul piano storico, incuriosiva i giovani che, grazie a lui, comprendevano  la necessità che la lotta contro Cosa Nostra sia fatta proprio a partire dalla diffusione di una coscienza contraria al fenomeno mafioso e come questa si possa affermare solo ampliando la conoscenza della sua organizzazione, del suo modo di operare e dei suoi obbiettivi.

A chi gli chiedeva se avesse paura di essere ucciso come il fratello Boris, il professore rispondeva con un secco “no”,  e aggiungeva: «Il mio desiderio è quello di ricordare che la battaglia di mio fratello non è finita, che la strada da percorrere è ancora lunga e difficile, perché la strada da fare è più insidiosa perché porta più in alto; dobbiamo ricordare e capire che la mafia non è stata mai sola, ma che forti e ambigui poteri l’hanno sostenuta e coperta; dobbiamo sostenere con forza  gli uomini della magistratura e delle forze dell’ordine che lottano contro di essa, perché non restino soli, perché superino le contraddizioni che una lotta così feroce impone. Dobbiamo ricordare – diceva ancora il prof. Emanuele Giuliano –  gli uomini che contro la mafia e la delinquenza hanno sacrificato la loro vita mirando a costruire una società che essi desideravano più giusta».

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Emanuele Giuliano al Premio Chinnici

Poco incline al compromesso e fortemente contrario ai metodi clientelari e alle degenerazioni della politica locale, Emanuele Giuliano volle impegnarsi in una breve esperienza politica: sia come candidato sindaco del movimento per la democrazia la Rete, per le amministrative piazzesi nel 1993; sia, successivamente, come candidato al Senato della Repubblica Italiana. Un giorno gli chiesi il perché di questa sua scelta, e se non fosse impressionato dalle sempre più frequenti rivelazioni del rapporto tra mafia e politica. Mi rispose: «Malgrado alcuni processi abbiano messo in evidenza il rapporto tra mafia e politica, e non poteva essere altrimenti, non sono finite le complicità; siamo in un periodo di transizione e la mafia indirizza le sue preferenze in più direzioni, soprattutto in quelle che le sono più congeniali per vecchie e collaudate complicità e collusioni. Ecco perché la lotta alla criminalità, al malcostume, alla corruzione, non deve essere esclusivo onere di giudici, di poliziotti, di carabinieri, ma è interesse di tutta la società».

Come amava scrivere il giornalista siciliano Francesco La Licata la memoria della vita di un uomo si giudica da ciò che è riuscito a lasciare. A distanza di sei anni dalla sua morte, Emanuele Giuliano continua a vivere nell’eredità che ha lasciato ai suoi allievi e ad una intera generazione di persone, consapevoli non solo per aver studiato cos’è la mafia, ma per aver conosciuto l’esempio di uomini integerrimi come i due fratelli Giorgio Boris ed Emanuele Giuliano.

Guglielmo Bongiovanni


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