Come fu che avemmo il mare!

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E’ giunta l’ora di dirvi la verità. Sì cari concittadini, non ci crederete ma le cose sono andate così. Leggete con attenzione e capirete!

Nell’antichità, Nicola (Cola da Messina), figlio di pescatore, era detto Colapesce per la sua abilità nell’immergersi in mare. Spesso Colapesce raccontava le storie delle sue immersioni durante le quali talvolta trovava autentici tesori.

Lo seppe anche Federico II.

Il Re di Sicilia e Imperatore volle conoscere il prodigioso nuotatore e volle anche metterlo alla prova.

Chiamatolo al suo cospetto, l’Imperatore chiese a Colapesce di mostrargli la sua prodezza nel nuotare tra le acque del mare. Convocò una rappresentanza della corte e sopra una grande imbarcazione si recò al largo insieme al giovane messinese.

Fermata l’imbarcazione, lanciò in mare una pesante coppa che sprofondò nei gorghi dello stretto di Messina. Il giovane Colapesce si tuffò dalla barca e in pochi minuti riemerse con la coppa in mano.

Il Re gettò allora la sua corona e Colapesce riuscì a recuperarla, nonostante la maggiore profondità del mare.

Quindi il sovrano volle da Colapesce una prova ancor più difficile e pericolosa. Gettò in mare il suo anello. Colapesce si immerse ma questa volta non riportò l’anello e non riemerse più. L’Imperatore rimase senza anello e qualche anno dopo morì col cruccio di aver voluto la morte di quel giovane generoso e innocente.

Invece, sotto il mare, Colapesce aveva recuperato l’anello se lo era messo al dito. Mentre stava per risalire ebbe però una straordinaria visione: davanti ai suoi occhi tra milioni di pesci variopinti e raggi di luce che penetravano dalla superficie erano davanti a lui le fondamenta dell’isola.

La Sicilia poggiava, infatti,  su tre grandi colonne, una per ogni Capo. Colapesce s’avvide che due colonne erano ben ancorate e solide, una, quella di Capo Peloro, era invece di pessimo materiale e sembrava prossima a cedere, rovinata dal tempo, dalle correnti marine e dal fuoco dell’Etna.

Pensando al destino che si preparava per la sua terra, il giovane messinese non ebbe dubbi e si recò dalla Divinità del mare. Giunto di fronte all’altro Re, quello delle profondità marine, gli chiese come si potesse ovviare alla fragilità della colonna di Capo Peloro. Il Re del Mare gli disse: «Sarai tu a sostenere la Sicilia. Se mi darai l’anello dell’Imperatore, io ti darò in cambio la forza per sostenere in eterno la tua isola».

E fu così che la salvezza della Sicilia si dovette a quel giovane che ancora oggi è là, nel profondo del mare di Capo Peloro a far da colonna alla sua terra, per volontà del Dio del mare.  Ma ogni cento anni Colapesce può tornare in superficie, qualche giorno, per rivedere la sua amata patria, salva grazie a lui.

Dovete sapere che i piazzesi vivevano in pace e in armonia, fino al giorno in cui fu diffuso nelle librerie, uno dei tanti romanzi di quel pazzo e visionario scrittore che chiamano Andrea Camilleri.

L’inventore del Commissario Montalbano in una nuova puntata della serie, dal titolo “Il Metodo Catalanotti”, aveva parlato del dramma dei piazzesi.

In città quel libro passava di mano in mano. I piazzesi leggevano il libro e girando per le vie del centro storico gridavano: «Semu poviri e pazzi!».

Camilleri stavolta aveva colpito un popolo intero, lo aveva svegliato da un sonno profondo. Perché, diceva lo scrittore: «Ma come Piazza Armerina possiede le più grandi bellezze e nessuno viene a vederle. Non hanno niente da mangiare e sono tutti “poveri e pazzi”.

Fu così che i piazzesi presero coscienza di essere davvero poveri e pazzi. Senza il mare non avrebbero mai avuto né turismo né ricchezza.

E allora come fare? Ecco l’idea, geniale, un po’ bislacca ma di sicura efficacia. Basterebbe inclinare un poco la Sicilia. Cosicché il mare possa incanalarsi nel fiume Gela e risalire fino al piano Canali.

Si sa, che i piazzesi, quando hanno in animo un progetto sono pronti a tutto per realizzarlo e quindi, grazie ad alcuni intriganti “piazzesi della diaspora”, vicini ai potenti che regolano la vita della Nazione, seppero la data in cui l’ormai vecchio gigante mitologico Colapesce sarebbe ritornato in Sicilia per una gita turistica secolare.  In cambio di un vassoio di pasterelle ottennero un appuntamento e la promessa di un colloquio.

Dopo una notte di bagordi, trascorsa al ristorante “La dolce vita”, proprio sotto il campanile del Duomo di Messina, in compagnia di un gallo dalle piume colorate, all’alba i piazzesi si recarono al Forte, dove è la statua della Madonna della Lettera.

All’appuntamento erano in pochi, uno di loro era giunto a Messina, non senza essere passato prima da Roma, Milano, Berlino, Dubai e altre importanti città del mondo, a chiedere credenziali turistiche da esibire al suo interlocutore.

Pare che la Madonna, raggiunta da un raggio di luce, si sia illuminata.

L’attesa non fu lunga. Per ingannare il tempo i piazzesi passeggiavano lungo le “piste” del Forte Santissimo Salvatore. Stava per farsi l’alba, quando nel silenzio della notte si sentì come un pesce guizzare fuori dall’acqua. Un uomo di gigantesche fattezze, tutto coperto di squame, saltò con grande energia sul pontile.

Gli si avvicinarono alcuni giovani messinesi e s’intrattennero con lui. Quindi uno di loro si avvicinò al gruppo dei piazzesi per annunciare che Colapesce era disposto ad ascoltarli. Il piazzese dai riccioli per aria si fece coraggio e parlò così a Colapesce: «Solo tu puoi aiutare il popolo di Piazza Armerina, che è disperato perché Camilleri lo ha definito “povero e pazzo”. Il personaggio del mito aggrottò le sopracciglia e incuriosito rispose: «Io, se posso lo farò – questo Camilleri mi sta simpatico, ma certe volte proprio esagera!».

«Tu puoi – disse il piazzese». E gli spiegò il progetto: «Basterà inclinare un tantino la Sicilia, in modo da far entrare il mare nel fiume Gela, per farlo risalire fino a Piazza. Ai Canali costruiremo un bel porto, che intitoleremo a Giuseppe Garibaldi e ci saranno tanti turisti in via Giuseppe Garibaldi e in piazza Giuseppe Garibaldi e al teatro Giuseppe Garibaldi e alla villa Giuseppe Garibaldi e faremo un bel monumento con Giuseppe Garibaldi a cavallo, ma al posto della colonna per sostenere il cavallo, metteremo una scultura con le tue sembianze, cosicché Giuseppe Garibaldi sia sostenuto da Colapesce (con un anello imperiale al dito) mentre legge un libro di Camilleri. Il successo turistico sarà assicurato!».

Il gigante voltò le spalle e rispose: «Vedrò di accontentarvi, intanto verrò a Piazza Armerina a vedere le grandi bellezze che dice Camilleri. Sono riemerso decine di volte e non ho mai visitato Piazza Armerina. Se ne varrà la pena, vi aiuterò!».

E fu così che finalmente Piazza ebbe le sue crociere e migliaia di croceristi. Fu soppresso il Museo archeologico e tre grandi statue furono messe al suo posto davanti Palazzo Trigona che da quel giorno, in onore di Colapesce, si chiamò Palazzo (dello Stretto) di Messina.

Le statue promesse furono scolpite. Una rappresentava un grande gallo dalle penne colorate, che beccava il mangime; una era la statua di Garibaldi a cavallo, con Colapesce che legge un libro di Camilleri, mentre sorregge il cavallo, e una fu dedicata al “Piazzese”, il cittadino che finalmente portò il mare e fece sprofondare negli abissi la città.

 

Farmacia Dr. Ida Quattrino

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