Quella Piazza che non c’è più

 

 

Quando nasce un bambino è sempre una festa. C’è chi dice che i bambini vengano portati dalle cicogne. Ma a Piazza Armerina, città di collina al centro della Sicilia, di cicogne non se ne sono mai viste e i bambini nascono lo stesso. C’era anche una vecchia tradizione secondo la quale alcuni genitori i bambini li trovavano sotto un cavolo. Chissà come è andata, erano gli anni Sessanta quando io arrivai qui, al centro dell’isola. A Piazza erano i tempi della “fera o lune”, quasi come a Catania. E sì, perché il mercato settimanale, che ora si celebra il giovedì di ogni settimana, allora si teneva il lunedì. Ma io nacqui dove la frutta si vendeva ogni giorno: mio padre era uno dei commercianti del Mercato ortrofutticolo all’ingrosso. I miei primi ricordi sono legati a quell’ambiente, a quei commercianti, a quei colori e a quei sapori. E non è cosa da poco.

Come a Palermo, anche a Piazza c’era una piccola “Vucciria”, nel piano denominato Santa Rosalia.

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La piazzetta stretta e lunga, era delimitata tutt’intorno da botteghe, alcune con porte grandi e massicce, altre, di fronte,  piccole e con serrande di ferro. Il cuore di Santa Rosalia era un edificio in stile liberty, piccolo e semplice, con due grandi banchi di marmo: la pescheria.

Al mattino presto era tutto un lavorio di uomini e donne che montavano i loro banchi: Calogero e Matilde Farina, Peppi Altabella e la coppia Dionisio, tutti artisti nel comporre i banchi di frutta. Poco distante, a Sette Cantoni, la signora Crispi, il signor Barbagallo e un certo Trebastoni, che alla frutta univa il baccalà spugnato.

Già alle sette e mezza il piano Santa Rosalia s’animava di clienti e avventori; molti entravano nello spaccio di Rabita e Ficarra, un grande bancone dietro cui si muovevano i due soci, ad affettare salumi, confezionavano panini col pane ancora caldo. Gli operai chiedevano le mafalde con lo sgombro, o il pane con la ricotta. Davanti l’ingresso,  accostati al bancone, in grandi sacchi dai bordi ripiegati, facevano bella mostra di sé i legumi secchi:  fagioli, ceci e lenticchie di prima qualità, con affondate opache sàssole in alluminio. Sotto i baffetti ben curati il signor Rabita, ostentava sempre un accogliente sorriso.

La polleria di Russo aveva una modernissima macchina spenna-polli con motore elettrico: i polli vivi stavano dentro le gabbie in fondo al locale e, all’occorrenza, estratto il pennuto disperato dalla gabbia, con due dita gli si torceva il collo e dopo qualche secondo di starnazzamenti, il povero animale abbandonava la vita, per essere immerso in un pentolone di acqua bollente. Quindi partiva un potente rullo elettrico, con delle strane dita di gomma, che, girando vorticosamente, strappava le penne e lasciava il pollo con la pelle pulita. Su un fornellone a gas sopra la viva fiamma si bruciavano i peli residui spandendo un forte odore e quindi il pollo era pronto per essere avvolto in un foglio di carta oleata o in un bel sacchetto di carta camoscio.

A fianco della polleria si trovava la macelleria di Turuzzu Giunta. Sopra una piccola chiazza di sangue raggrumato, una mezzena di vitello, appesa al lucido crocco d’acciaio, una matassa di salsiccia grossa, un bel maiale appeso per l’orecchio con la lingua di fuori tra i denti, il ceppo con la mannaia e una collezione di coltellacci scintillanti. Turi Giunta si muoveva con grande disinvoltura tra il ceppo e la bilancia di un bel rosso carminio, con il quadrante a triangolo (come il segnale di Stop) e la lunga sfera a marcare il peso della carne.

Dalla pescheria si levava una forte odore: sui banchi di marmo sardine, telline, sgombri e i caratteristici pesci azzurri col becco a punta, che i pescatori chiamano aguglie. Nella parte più preziosa merluzzi, gamberi, calamari e qualche sogliola. Le grida erano la caratteristica assordante della pescheria, i quattro commercianti richiamavano da fuori i clienti con un concerto di grida: «I cuozzoliii! I trigghiiii! Lu gammeruuuu!».

Matilde Dionisio e il suo baffuto consorte Calogero Farina, avevano il più grande banco di frutta e verdura del mercato. E anche la migliore clientela: funzionari del Comune, avvocati, medici, farmacisti, tutto il personale dell’Ospedale Chiello, passando per salire al Monte, si fermavano da Matilde a fare la spesa: mele, banane, arance e il baccalà, bianchissimo a perdere il sale sotto un piccolo filo d’acqua che scendeva da un rubinetto di rame. Il baccalà, una poesia per Natale, Si diceva che, quello di Matilde, avesse un profumo speciale. Matilde era una regina tra i commercianti: piaceva molto, anche al sindaco d’allora, l’onorevole Giuseppe Sammarco, che per tradizione, ogni capodanno, al Jolly Hotel, dopo la mezzanotte, il primo ballo dell’anno nuovo lo faceva proprio con lei, sotto gli occhi ammirati delle migliori famiglie della città e lo sguardo compiaciuto del marito Calogero che al primo cittadino consentiva il ripetersi di questa tradizione.

L’ortofrutta era diffusa nel contesto della città, al Monte c’erano Fuggiguerra, Costa, La Versa; al Carmine la bottega di Diana e un po’ più su, al Casalotto, c’era un negozio dal nome altisonante: “La bottega del popolo”, da zé Santa Ruvettu. I negozi di frutta erano il vanto di Piazza Armerina: il signor Ingrassia, Zingale detto “U scintinu” (perché originario di Aidone), la signora Parisi, e il signor Augeri. Nella zona nuova, quella delle palazzine aveva aperto un negozio bellissimo, Paolino La Morella, meglio noto come “U Mureddu” che i migliori salami se li faceva venire direttamente dall’Emilia e dalla Lombardia, e che fece un mini market dove si trovava di tutto, comprese le bombole di gas.

Ecco perché a dover scegliere tra la cicogna ed il cavolo se avessi dovuto avrei scelto il cavolo, perché questo era il mondo di mio padre, Paolo Di Bartolo, commerciante all’ingrosso di frutta e verdura al mercato alimentare di Piazza Armerina.

Sin da piccolo stavo sotto le cataste di cassette, i mazzi di carciofi, le pile di angurie, giocavo con i cestini di fichi e di fragole, mi infilavo dentro i sacchi di patate e giocavo con le ciliegie; le qualità dell’uva per me non avevano segreti e la mia scuola non fu mai l’asilo, né le elementari o le scuole medie, la mia scuola di vita fu il mercato.

Le angurie! Con le angurie a Piazza si raggiungeva la poesia. Peppi Perla era un uomo di grande esperienza nel campo dei “muluni russi” che vendeva col suo carretto siciliano. Non di elevata statura ma robusto quanto mai, due grandi baffi sulla faccia tondeggiante. Perla stava seduto con le gambe in fuori sul suo carretto zeppo di frutta, e si faceva tirare dal cavallino dai garretti tenaci. Ogni tanto lanciava un grido con la voce possente e si fermava agli angoli delle strade dove raccoglieva una discreta clientela.

Dietro al Cinema Ariston montava una baracca, Totuccio Vitale e poi c’era anche “u zu Fulippu Augnia, che teneva la bottega di ortofrutta per la stagione estiva e vendeva le angurie fredde, la sera, anche a fette. Ricordo splendide serate nell’imminenza del ferragosto, con gli amici a gustare fette di melone tra le sfavillanti luci colorate che s’affacciavano dal Piano Duilio.

In via Mazzini c’era Petru “U Palermitanu”, che trattava solo angurie della Conca d’Oro, perché, secondo lui, erano più dolci di quelle della Piana di Gela.

Per le strade della città giravano alcuni venditori ambulanti: il più celebre, Lo Presti, sin dal mattino, girava a piedi per la città, con la sua giacchetta grigia e il tipico berretto messo di tre quarti, gridando “’A r’cutéeee!». Appesi al cinturone un canestro, con le fascette piene, e, dall’altro lato, un grappolo di fascette vuote. Vendeva le sue ricottine stendendole, con grande maestria, in un foglio di carta oleata, sicché la ricottina, uscendo dalla fascedda, prendeva la forma esatta per imbottire una mafaldina, calda calda, appena sfornata, ed era un piacere del palato.

Più discreti erano i lattai, ce n’erano più d’uno e girando per le vie dei quartieri, portavano il latte di pecora, appena munto, sempre agli stessi clienti, lasciando dietro di sé l’odore penetrante della stalla. Allora si usava far bollire il latte prima di consumarlo. La tradizione si spense con l’arrivo del latte pastorizzato, nelle belle bottiglie “Gala”, col tappo di alluminio verde, in vendita nelle due latterie, quella della zia Gina in via Mazzini e una alla fine di via Roma, vicino alla Piazza Garibaldi, entrando nelle quali si sentiva fortissimo e seducente il profumo del latte. La zia Gina aveva la sua latteria in un piccolissimo locale, a lei si rivolgevano le donne per essere collocate nelle famiglie della sua vasta clientela come cameriere, oggi diremmo persone di servizio, baby sitter, badanti, dame di compagnia. Un piccolo efficiente ufficio di collocamento privato ante litteram.

Tra i venditori da strada non si possono dimenticare, poi, il cozzolaro, un ometto con un gran canestro al fianco tutto pieno di telline vive, pescate a Gela, il cui richiamo si sentiva insistente per tutte le vie della città «Ah, li cozzoliiii!», e un venditore di verdure selvatiche, quasi sempre cicoria, che si faceva sentire con una cantilena tronca: «‘A cigò!».

Nei giorni della fiera, a maggio e a settembre, in Piazza Gen. Cascino veniva spesso il Cantastorie. Un omino allegro dalle guance rosse e con un berretto scacciato in testa che montava un alto cavalletto di legno su cui fissava una raccolta di fogli colorati. S’accompagnava con una chitarra e Il suo pezzo forte era la storia della Baronessa di Carini, o quella di Orlando e i Paladini, che lui stesso commentava in forma di canzone girando i fogli uno ad uno e poi passando con un vassoio di cartone per raccogliere qualche lira.

Tra i venditori occasionali, di tanto in tanto veniva a piazza un singolare commerciante, che tutti chiamavano semplicemente “u Catanìs” che improvvisava una vendita all’asta sotto la statua del Generale Cascino e che radunava una piccola folla attratta dalla inconsueta forma di vendita.

Se questa era la città nella quale muovevo i miei passi di bambino, da ragazzo sognavo ad occhi aperti il momento in cui io stesso avrei potuto esercitare l’intrigante mestiere di commerciante. Comporre sui banchi l’esposizione della frutta come fosse un dipinto su cui si abbinano i colori, scegliere con accortezza gli anticipi di stagione o i frutti tardivi. Sì, lo so, solo pochi amici capiranno quello che mi passa nel cuore quando dico che il mio banco, man mano che in ogni stagione cambiavano i colori e i profumi, si trasformava in una tela bianca sulla quale pitturare un nuovo spettacolo della natura.

Certo, un po’ artista, ma sempre commerciante, di quelli con la C maiuscola, quelli che da noi si dice: «Bisogna avere l’occhio», una frase che dice tutto in se stessa, capire sempre chi hai davanti. La signora della alta borghesia, alla quale offrire le fragoline di bosco, selezionare i frutti migliori, porgere i saluti per il marito, fare festa ogni volta che un cliente ritorna dopo un lungo abbandono. Sapere inghiottire amaro e sputare dolce. Alzare un po’ il prezzo e addolcirlo alla fine. Sapere dire: «E’ questa la roba per lei!».

Così si è snodato per anni un primato, fatto di attenzione alle feste, Pasqua con le fave e i piselli, il tre di maggio con i carciofi nostri, ma anche con le diverse qualità, i tenerissimi di Niscemi, i violetti, gli spinosi della Conca d’Oro, i carciofi romani, una vera sciccheria! Agosto con le pesche tabacchiere e le angurie e Natale con i cardi, i broccoli e i finocchi, tutti buoni per le fritture in pastella. E poi le verdure per il coniglio alla portoghese come si usa qui da noi.

L’arrivo della primavera e poi dell’estate portava il momento delle pesche Maggioline del Baccarato, delle ciliegie, le nostre e le pugliesi giganti, delle albicocche, delle prugne e delle pesche profumate della stagione matura. In autunno i primi mandarini e le arance, le prime vaniglia senza semi, le sanguinelle, le brasiliane dolci.

Era questa la Piazza Armerina che ho amato e che amo ancora, seppure con un po’ di rimpianto e di nostalgia. Talvolta mi chiedo perché questo arcobaleno di colori, la pluralità di personalità e le migliori tradizioni si siano spente poco a poco, mentre si facevano più vivide ed eleganti le luci dei supermercati. E passeggiando tra le vie della città finisco col chiedermi se questo sia stato un progresso e se sia perso qualcosa di quella inconsapevole cultura. Certo anche allora non tutto era felice, non tutto era buono né perfetto. Ma quella animazione cittadina ci manca, non abbiamo più la stessa fiducia nell’avvenire e si è fatta strada nell’anima mia la consapevolezza che mentre altre popolazioni sono andate tanto avanti nell’economia e nel progresso, noi siamo rimasti quasi fermi e molte cose che avevamo le abbiamo perdute.

Pino Di Bartolo

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