Il potere di un prete giusto!

A cinque anni dalla scomparsa di Giulio Scuvera si fa sempre più chiaro lo straordinario contributo che offrì a tante comunità cittadine, ma soprattutto ai giovani, nella sua esperienza pastorale.

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Immerso nel mio lavoro, in farmacia, in un giorno qualunque, squillò il telefono: «E’ il Sindaco di Butera».

Risposi incuriosito e lui mi spiegò che si sarebbe provveduto ad intitolare una sala cinematografica a Giulio Scuvera e che nell’occasione avrebbe voluto non solo che io partecipassi alla cerimonia ma che, insieme ad altri, avessi portato una breve testimonianza. Complice della sua scelta, la mia lettera a Giulio, scritta sull’onda della commozione il giorno dei suoi funerali.

E’ così che Giulio, l’insegnante, l’amico, il maestro, è ritornato ad animare il filo dei ricordi e a toccare il cuore come sanno fare Nostalgia e Rimpianto, sentimenti amici di chi ha sensibilità e di chi sa riconoscere il valore delle cose perdute.

Giulio entrò nella nostra classe, una quarta Ginnasio del Liceo “Cascino” di Piazza Armerina, giovanissimo sacerdote, nell’anno scolastico 1973-74. Così cominciò per noi un cammino che non si sarebbe fermato più. Amico, educatore, maestro, certo, non convenzionale. Tutto teso a sollecitare una riflessione in giovani un po’ contestatori, in una scuola ancora statica, in quegli anni straordinari in cui nelle nostre città arrivavano solo gli echi della contestazione studentesca; ma c’era tutta la voglia di cambiamento e di sperimentazione che faceva fatica a farsi riconoscere dal corpo docente e dalle nostre stesse famiglie. Giulio sollecitava il ragionamento, sopportava le provocazioni, le rivoltava contro di noi con la lucida e spietata analisi delle nostre contraddizioni. Ma l’aspetto più fecondo del suo approccio era il mettersi alla pari con giovani menti di quindici anni, più ormoni che sale in zucca, e aveva la capacità, da quelle contraddizioni, di mettere a nudo speranze e senso di solidarietà, realizzando percorsi di ricerca capaci di incidere nella vita di ogni giorno. A quelli che ostentavano un esteriore rifiuto della Chiesa e perfino di Dio, Giulio non contrapponeva il classico stereotipato rifiuto caratteristico del clero di allora. Anzi a quei giovani, Giulio si dedicava di più. Di ciascuno, diceva, bisogna prendere il buono che c’è e valorizzarlo, mettere in luce le contraddizioni e suggerire una strada per superarle. Lui diceva che ognuno aveva una via “sua” di avvicinamento al Signore, che talvolta passava per il rifiuto dei dogmi e delle forme esteriori del rito, ma che dentro di ognuno esisteva il bisogno di confrontarsi con Dio. A volte fatto di rimproveri aspri per l’ingiustizia del mondo, a volte mascherato dall’indifferenza verso le regole stereotipate di quella nostra società, ma che l’anelito a realizzare nel mondo la giustizia, l’apertura verso un cosmopolitismo che ci caratterizzava, la libertà che rivendicavamo, anche con implicita violenza, erano segnali indiscutibili di un’etica interiore che non era dissimile da quella di Gesù, attorno a cui si dispiegava una straordinaria cultura e la cui scoperta sarebbe avvenuta in ciascuno di noi.

Giulio, manco a dirlo, aveva fede. Ed era certo che, prima o poi,  avremmo capito, anche noi, che possedevamo nel nostro animo la stessa, identica fede. Il suo compito non era quindi quello “stolto” di condannare e sanzionare ragazzini ancora sostanzialmente confusi, ma di aiutarci a sviluppare buoni sentimenti, consapevolezza politica dell’ideale cristiano, aiutandoci a comprendere come il rapporto con Dio fosse una esperienza personale, fortemente positiva e liberatoria e che esistevano di già dentro di noi tutte le possibili strade per comprendere infine il senso stesso della nostra esistenza, volta al bene e aperta agli altri, ai poveri, ai diversi, agli emarginati.

Chi ha conosciuto Giulio Scuvera è perfettamente consapevole che lui fosse sicuro che l’impegno politico, comunque si esprimesse, purché conducesse ad alcuni irrinunciabili principi, come quelli adesso enunciati, era cosa buona e giusta. Semmai criticava chi non ricercasse la via personale per ottenere con il proprio impegno anche un piccolo miglioramento della società, nella direzione della giustizia e della tutela dei più deboli. Libertà, quindi, di appartenenza politica, rispetto alla quale non esprimeva critica alcuna, ma rigore nella volontà di conseguire risultati. Ecco perché dal suo interagire con le migliori menti della gioventù, nelle comunità in cui ha prestato servizio, Giulio Scuvera ha sollecitato impegno politico dando origine negli anni seguenti ad una schiera di amministratori, tutti caratterizzati allo stesso modo. Oserei dire che, da destra o da sinistra, i suoi allievi hanno sempre messo in atto politiche di welfare e ipotesi di avanzamento economico ispirate all’insegnamento di Giulio.

Ma in quegli anni, certamente difficili, di contrapposizioni rigide, di contestazione globale, in cui avevamo povertà di mezzi tecnologici, (lo dico ai ragazzi di oggi: non avevamo i computer, internet, i dvd, gli Iphone, i messaggini, Facebook e Twitter), non disponevamo di risorse economiche, non esisteva ancora una dimensione organica del volontariato e vivevamo in una piccola città al centro della Sicilia, in quegli anni, Giulio, riuscì a coniugare dalla Parrocchia in cui era vice-parroco, alla scuola in cui insegnava, fino ai movimenti politici giovanili e alle associazioni culturali esistenti, un coordinamento di pensiero e di risorse che generò una irripetibile stagione di impegno, con realizzazioni che oggi, con tutto quello che abbiamo in più in termini economici, con la tecnologia e con l’esperienza, non sapremmo ripetere. Uscirono giornali scolastici, si fondò il Gruppo “Insieme” con cui si produssero memorabili cineforum e anche una straordinaria esperienza di dibattito cittadino e di socialità giovanile, che fu Piazza Armerina Radio Antani.

Qualcuno mi potrebbe rimproverare di attribuire a Giulio Scuvera troppa parte nell’elaborazione e nella realizzazione di quella straordinaria animazione cittadina. Certo, la si deve al congiunto impegno di molti uomini, alla sintesi mirabile e non litigiosa, tra un ampio nucleo di personalità impegnate nei movimenti cattolici, socialisti e comunisti del tempo, alla contemporanea decisione di aprirsi al dialogo di sacerdoti come Giuseppe Paci, Ettore Bartolotta, Pippo Lo Giudice e Giulio Scuvera, a socialisti come Carmelo Tumino e a comunisti come Filippo Acquachiara, Ignazio, Silvana e Carmelo Nigrelli, solo per fare alcuni nomi significativi, che nel prosieguo della loro vita hanno assunto importanti ruoli nella pubblica amministrazione e nella società.

Questa connotazione dell’essere Maestro e animatore, mentre rendeva evidente la sua straordinaria personalità aperta al dialogo e veniva riconosciuta dalle giovani generazioni, unendosi anche alla sua capacità di instaurare singolari rapporti umani, unici ed irripetibili con chiunque venisse a contatto con lui, in quegli anni terribili, destò però profonde preoccupazioni in una Chiesa diocesana ancora rigidamente ancorata al passato. Giulio leggeva una pluralità di giornali e non aveva preoccupazione ad acquistare Il Manifesto e L’unità, si incontrava con i giovani socialisti e comunisti, visitava senza arrossire, la Festa dell’Unità che ogni anno si organizzava a Piazza Armerina. Figurarsi la reazione dei “benpensanti” e le angosce del povero Vescovo, Mons. Sebastiano Rosso, che sicuramente riceveva maliziose informazioni sul suo giovane sacerdote. Maliziose confidenze, certo, perfidie disinformate di una società ancora bigotta, incapace di comprendere una visione troppo più avanti, di incontro con Cristo e con la missione della Chiesa. Erano gli anni della guerra fredda, dei missili Cruise, delle contestazioni studentesche, il 1977 aveva riacutizzato l’anelito dei giovani, verso crescenti forme di libertà anche sessuale e cominciavano a manifestarsi le deviazioni del terrorismo brigatista che nel 1979 portarono fino al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro. Il Vescovo Rosso, conosceva però le qualità del suo sacerdote e decise, in un coro di proteste,  di chi non voleva l’allontanamento di Giulio da Piazza Armerina e di chi non vedeva di buon occhio la sua promozione a parroco, di affidargli la parrocchia di San Leonardo e San Sebastiano a Enna, dove Giulio si trasferì lasciandoci, a Piazza Armerina, orfani di un animatore eccezionale.

Non sarà un caso se dopo la sua uscita dalla scena cittadina e il nostro trasferimento all’Università, quella straordinaria stagione di impegno finì improvvisamente. Ma il seme era ormai nella terra e sarebbe germogliato più tardi. Intanto Giulio Scuvera cominciò a stupire in una città più ricca e vivace.  A Enna, Padre Giulio diventò il lievito che ravviva e la storia del suo impegno con i giovani continuò là dove la Provvidenza lo aveva inviato. Anche a Enna il suo arrivo diede inizio ad una stagione tutta nuova che ha lasciato il segno in centinaia di giovani.

Di lui potrei raccontarvi tante altre cose, ma mi fermo qui.

Solo vorrei aggiungere di aver compreso che a Butera, Giulio Scuvera ha realizzato gran parte della sua missione di sacerdote. Le mie visite nella sua Chiesa, qualche volta in pizzeria, ma soprattutto all’ultima visita che gli ho reso, il giorno del suo funerale,  mi hanno aiutato a capire fino in fondo che il sogno che avevamo per lui e per noi, che la Chiesa usasse per grandi cose il suo carisma di comunicatore si era pienamente realizzato. Non certo secondo il nostro personale intendimento, ma secondo un disegno che a noi sempre sfugge e che si realizza a dispetto della volontà degli uomini. E’ proprio vero quel proverbio, un po’ rassegnato che dice: «L’uomo propone e Dio dispone».

Il grazie commosso del suo popolo, venuto da tante parti dell’isola e forse anche da fuori, il giorno dell’estremo saluto, mi ha convinto che Giulio era divenuto indispensabile a Butera e che era lo stesso indispensabile contributo che aveva dato alle nostre comunità. Noi non lo dimenticheremo a Piazza, a Enna, a Villarosa, ma non lo dimenticheranno certamente a Butera. Io intanto prego che i giovani di oggi e di domani possano conoscere ancora uomini della sua grandezza.

Maurizio Prestifilippo

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