I “Rrusùghhi” di Pino Testa

Nella ultima opera pubblicata il poeta dialettale piazzese passa in rassegna immagini, pensieri e sentimenti della “Ciazza” degli ultimi novant’anni.

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Sono ancora i valori veri: il matrimonio, l’amicizia, la sincerità. Sono ancora “i vecchi tempi”, quelli che oramai appartengono solo al ricordo, i vecchi tempi di una “Ciazza” ordinata, pulita e fastosa, a snodarsi, pagina dopo pagina, nel più recente sforzo letterario di Pino Testa, decano dei poeti dialettali piazzesi, che, dopo “P’nz’ddiadi” e “Sfanfugghiuli” ha dato alle stampe “Rrusùgghi”.

Aldilà del merito letterario, la nuova raccolta di versi e prose dell’autore, che si accinge a festeggiare i novanta, ha in sé più forte che nelle precedenti opere, una connotazione autobiografica, utile per descrivere il contesto delle buone pratiche sociali della sua giovinezza.  Quasi un modello di Paese da indicare ai più giovani, che era l’Italia del dopoguerra e la Piazza Armerina degli anni ’40, quando cioè, Pino Testa scopre la complessità vitale e la cultura della sua gente e ne memorizza le ragioni di fondo che oggi contrappone a tempi lascivi, sregolati, in cui a mancare è proprio quel senso comune d’appartenenza che guidava i nostri antenati.

Con grande scaltrezza il maestro Pino Testa vuole captare benevolenza e in premessa ipotizza un distacco e lascia alla intera trilogia il compito di trasmettere ai posteri “Un patrimonio culturale nelle lingua dei padri». Lui sa che ci saranno altre occasioni in cui la sua voce possente sferzerà i potenti, innamorata canterà i fiori, gli angoli e le bellezze della sua Città. Ma questo stratagemma porta subito il lettore a valutare l’ipotesi di rileggere subito le altre due raccolte fondamentali dell’opera di Testa. Quelle in cui meglio si è svelata la Musa e ha infuso l’animus poetandi nelle notti insonni in cui il tremito della creazione prendeva il cuore e la mano del poeta. E così l’abile maestro scusandosi per aver raccolto dal fondo dei cassetti della sua scrivania, pezzi di carta ingialliti, cose create e abbandonate, scritti sperduti tra le carte, vuole avere un’altra occasione di donare amore ai suoi lettori, ai giovani e alla città.

Non un amore sdolcinato, vago e occasionale, ma un amore vero, potente e perfino rigoroso. Quell’amore che talvolta porta alla gelosia e alla rabbia: che fa scorrere lacrime dagli occhi ma che sempre, dopo la sgridata, non fa mancare una carezza e il perdono.

E non è vero neanche che quell’insieme di cose sperdute nei cassetti, o provvisoriamente accantonate, sono solo “Rrusùgghi”, rimasugli di poco valore! Perché avventurandosi in questa immersione nel mondo, nel pensiero e nei sentimenti di Pino Testa, si è presi nella lettura, pur non irta di difficoltà, e si esce più forti, consapevoli di sé stessi e motivati. Si esce amici di Pino Testa, si instaura con lui un rapporto come di un amico d’infanzia. I suoi sentimenti sono stati per qualche ora i nostri e una Piazza Armerina ideale torna a rivivere. Ecco cos’è la penna di questo quasi novantenne: un pennello diverso con cui egli dipinge gli angoli più nascosti del suo cuore generoso. Forse non è lo strumento per indicare strade e soluzioni, ma lo è per impartire una decisa lezione; su un metodo da usare: la dedizione responsabile; su un obbiettivo da raggiungere: salvaguardare la tradizione dei padri; su caratteristiche a cui non rinunciare: onestà, laboriosità e consapevolezza.

Pino_TestaPino Testa

        Ecco, dalla bottega del nonno fabbro, dal suo Salone da barbiere, dalle polverose stanze del Comune e oggi dall’aulico salone del Circolo di Cultura, che frequenta ogni giorno, Pino Testa, attraversando i suoi anni nella città natia, ha conosciuto pregi e difetti di un popolo, che benché certe volte deluda, non si può fare a meno di amare.

                                                                                                                       Maurizio Prestifilippo   

In copertina: Pino Testa – Paesaggio Armerino – Olio su tela

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