Vösg d’ Ciazza

Protagonista assoluto della serata di sabato scorso, al Circolo di Cultura, è stato un vecchio socio, ormai scomparso da tempo, ma il cui passaggio tra le colonne dell’istituzione piazzese, ha lasciato il segno. Si tratta di Ernesto Caputo, personaggio un po’ leggendario, poeta dialettale, pittore, versato nella musica, grande cacciatore, amico di straripante simpatia, di cui nel salone del sodalizio si è presentata una raccolta di poesie vernacolari: “Vösg d’ Ciazza”. Affollato come non mai il Circolo di Cultura si è rivelato il contenitore giusto per la presentazione del libro postumo di Ernesto Caputo. L’autore, presente in sala attraverso un suo ritratto a grandezza naturale,  ammoniva al silenzio e all’attenzione i presenti. Marta Furnari, impeccabile conduttrice dell’evento, ha miscelato momenti di poesia, rievocazioni degli amici, e intermezzi musicali, ragalando due ore piacevolissime ai presenti. Tra i relatori, il prof. Marco Incalcaterra, che ha illustrato la genesi del libro, il poeta Aldo Libertino, amico personale di Ernesto Caputo che ne ha narrato il poliedrico tratto umano e, insieme a Pino Testa, decano dei poeti vernacolari piazzesi, ha interpretato numerose poesie di Caputo. Lettura attenta della realtà, satira sferzante, amore incontrollabile per la sposa, la famiglia, gli amici, ma soprattutto per la città, Ernesto Caputo nello svolgimento della raccolta, prende di mira alcuni personaggi della Piazza degli anni sessanta e castiga i politici che pensano più alla lotta per le poltrone che ai bisogni della gente. Sembra strano, ma Ernesto Caputo, interpretando l’evolversi del tempo e le trasformazioni. dell’assetto amministrativo e infrastrutturale, che hanno finito nella seconda metà del secolo scorso per deprimere l’economia piazzese, sempre a favore del capoluogo, ha contribuito non poco a generare quel patrimonio comune d’idee, tipico del piazzese moderno, che lo vede più incline al lamento del destino cinico e baro, del complotto ai nostri danni messo in opera dalla politica dell’odiato “cozzo”, che all’esortazione verso una fattiva laboriosità di un popolo che nel passato aveva raggiunto invidiabili primati tra le città siciliane. E se in questo, Ernesto Caputo ha avuto davvero un ruolo, è anche perché la sua satira sferzante ed impietosa, la vena ironica senza sconti ha trovato terreno fertile, negli anni, per una identità del carattere, tipico di una nobiltà decaduta, che caratterizza davvero il popolo piazzese. La riscoperta di questo autore, che usa l’idioma gallo italico, ci restituisce un gusto della vita e una cultura, quasi incomprensibili a chi non sia nato e cresciuto all’ombra del Monte Mira.

Fra gli altri interventi, ricco di colore, è stato quello di Maurizio Prestifilippo, il quale ha raccontato di un incontro con lo spirito di Ernesto, che gli ha ispirato una breve poesia, letta in sala e che pubblichiamo a richiesta di molti:

 

A passiada pu pais

Sign Caput e staju o campusantu.

N’ ciaccés, quattrossi e n’monumentu.

M lamntava, o temp mi, du paisazzu:

E ora, s’ r’dusgì chiù tint d’ ’n fumarazzu!

L’autru jornu, p’ fem ‘na scappada

vinni a Ciazza, a pé; p’ na passiada!

Partì ch’era allegru e assai cuntentu,

f’nì ch’ m’ pigghiaju ‘n beddu spaventu.

 

Ih,  l’auccìs: tutti rutti, svrguladi,

Strati sbarradi e sbarracadi.

Nan s’ po’ camné mancu a ppè !

Ogni fussong, n’terra s’ada talié!!

 

Puru davanzi u Circlu d’ Cultura

C’ miseru i cassonetti da spazzaura.

Ana ‘nchiudut a fera d’ l’armali

Nan poi cattè, canuzzi, gaddini e mancu majali.

 

E u sapit comu fu?

P’ cuminé ‘sta vera f’tnzia,

S’ana jungiut, menz scinting, cu Peppi Mattia.

 

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